ADOLESCENZA: IL LATO OSCURO

Ho scritto molto delle esperienze avute con adolescenti e pre-adolescenti durante la crescita delle mie figlie.

Ho dato qualche interpretazione personale e qualche bonario suggerimento su come affrontare le problematiche più banali e più comuni nel loro percorso di crescita, tuttavia l'efficacia di noi genitori sulle scelte di vita che faranno i nostri figli non dipendono sempre e solo da noi.


Nei casi più complicati, a volte non è nemmeno sufficiente cercare l'aiuto dei professionisti, che possano aiutarci nel recuperare un rapporto e comprenderne le dinamiche, ma non possono modificare gli eventi e nemmeno evitarci le sofferenze.


Succede, quando il gruppo diventa l'unica fonte di benessere e quel gruppo ti porta verso il buio: è il lato oscuro dell'adolescenza.


Per farvi comprendere quanto può essere complicato affrontarlo, ho deciso di raccontarvi la storia di un mio carissimo amico, che nel buio ha ritrovato se stesso, ma solo dopo anni di sofferenze.


Io e il mio amico siamo cresciuti insieme, con una classe molto unita, dalle scuole elementari fino alle scuole medie.

Abbiamo condiviso le prime feste, i primi amori, le prime scappatelle.

Eravamo un gruppo inseparabile, abitavamo tutti nello stesso quartiere ed i nostri genitori erano tutte brave persone: attente ai bisogni dei figli, presenti nei nostri percorsi scolastici; qualcuno più severo, qualcuno meno, ma con valori comuni, per crescere figli giudiziosi.

Poi, dopo i quattordici anni, le nostre strade inevitabilmente presero percorsi diversi, le amicizie si allargarono e, pur restando sempre in contatto, cominciammo a frequentare compagnie diverse.


La periferia sud di Milano è come quella di molte periferie delle grandi città.

Bisogna imparare a muoversi e a capire quali sono gli amici disinteressati e quali invece quelli che hanno un doppio fine; quali vogliono proteggerti e quali mandarti allo sbaraglio, verso attività non sempre lecite.

Noi ragazzini viaggiavamo un po' tutti sul filo del rasoio.

Qualsiasi compagnia si frequentasse, sia dell'oratorio che della piazzetta, il fascino del compagno o della compagna più grande che fumava l'erba o che trovava pezzi di ricambio per i motorini a prezzi super scontati, ammaliava tutti noi.

Molti di questi ragazzi erano solo piccoli sbruffoni con qualche conoscenza sopra le righe, che poi con l'età hanno messo la testa a posto, qualcuno invece si è perso.


Il mio amico era forse un po' più affascinato e libero di me per frequentare queste compagnie. Seguiva i suoi nuovi amici ai raduni metal-rock a Milano, era pieno di tatuaggi, però quando ci si incontrava era sempre lo stesso.

Finché a diciotto anni ebbe un terribile incidente stradale in motorino col suo più caro amico, che abitava anche lui nel nostro quartiere.

Lui sopravvisse, il suo amico che guidava morì sul colpo.

Ricordo il funerale come fosse ieri, fu straziante, c'erano tutti i giovani del paese.

Il mio amico era a pezzi.

Fu l'inizio della fine.


Riuscì a diplomarsi, nonostante l'improvviso calo scolastico, e chiuse i rapporti con tutti i vecchi amici e partì per la Germania in cerca di lavoro.


I genitori inizialmente cercarono di dissuaderlo, ma in fondo l'idea era buona, forse avrebbe potuto dimenticare prima il suo dolore e ricominciare.


Non fu così.

Dopo mesi di assenza e pochi contatti con la famiglia, i suoi genitori andarono a recuperarlo e riportarono a casa l'ombra del ragazzo che avevo conosciuto.

Non era più il mio amico.

Era diventato un tossico incallito, pronto a rubare anche pochi spiccioli a sua madre per rimediare una dose.


Cominciò un lungo percorso di disintossicazione, con un continuo entra ed esci da comunità più o meno serie, dove riusciva a disintossicarsi per qualche mese, per poi ricaderci.


I suoi genitori erano disperati.

Non so quanti soldi hanno speso, non so a quanti assistenti sociali, dottori, specialisti, comunità si siano rivolti.

Noi amici eravamo impotenti, non sapevamo cosa dire quando lo incontravamo e ci perdevamo nei suoi occhi vacui, che avevano perso l'azzurro cielo dell'infanzia.


La situazione si trascinò così per anni: tornava a casa qualche mese e poi tornava in comunità.

Poi per circa due anni non lo incontrai più, finché il giorno del mio matrimonio lo vidi che mi aspettava fuori dalla chiesa per farmi gli auguri.

Era di nuovo lui, era il mio amico.

Il volto pulito, gli occhi azzurro cielo, l'aria serena di chi ha ritrovato la pace.

Forse l'incubo era finito.

Avevamo venticinque anni e iniziavamo entrambi una nuova vita.


Ci rivedemmo ancora dopo quel giorno, anche insieme agli altri amici.

Ce l'aveva fatta, si era disintossicato ma la strada era ancora in salita, doveva dare un senso alla sua vita e da lì a pochi mesi la trovò.


Entrò in seminario che era il più vecchio di tutta la sua classe.

Racconta sempre che davanti al suo futuro superiore si alzò le maniche della camicia, mettendo in mostra le braccia tutte tatuate e chiedendo "Posso servire il Signore anche se sono così?"


Il mio amico oggi è parroco di un piccolo borgo della bergamasca.


Sono dieci anni che ha preso i voti e ricordo che quando era seminarista, responsabile del gruppo giovani nella nostra vecchia parrocchia, aveva un seguito di ragazzini impressionante; penso che siano stati gli anni in cui l'oratorio estivo abbia avuto più iscrizioni in assoluto.


Con le sue braccia tatuate e i suoi ridenti occhi azzurri e un vero catalizzatore per gli adolescenti, che si fermano ad ascoltare le sue storie, i suoi consigli, le sue raccomandazioni: sanno di vita vera, di esperienze autentiche, si sentono compresi e lo accettano come uno di loro.


Ogni tanto incontro ancora i suoi genitori in paese.

Le prime volte sua madre quasi si giustificava per la scelta di vita di suo figlio.

Avrebbe forse sperato di allargare la famiglia e diventare nonna, la capisco, ma il destino di suo figlio era di diventare padre di molti più figli.


Ci sono scelte che noi genitori non possiamo guidare, molte non le possiamo capire.


Ci sono dolori che non possiamo né prevenire né lenire: è il lato oscuro dell'adolescenza.


In questi casi non possiamo che restare accanto ai nostri figli con amore e con determinazione, aspettando fiduciosi che possano tornare a credere e a cercare la luce, da qualsiasi fonte arrivi.


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Foto di Larisa Koshkina by Pixabay







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